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L'epidemia di pebrina e i semai italiani nel mondo

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L'epidemia di pebrina e i semai italiani nel mondo

Il periodo che andò dalla fine degli anni '40 alla metà degli anni '70 del XIX secolo fu uno dei più difficili per la sericoltura italiana.

Una virulenta epidemia di pebrina, una malattia del baco da seta, si stava propagando molto rapidamente dalla Francia meridionale verso i paesi del Mediterraneo, devastando la gran parte degli allevamenti in Europa.

L'industria manifatturiera del nord Italia, in particolar modo quella lombarda, che da secoli produceva bozzoli e materia serica, per quantità e qualità seconda solo alla Cina, dopo aver tentato l'introduzione di esemplari di bachi dalla Turchia, Romania e Persia, era prossima al collasso.
Per continuare l'allevamento era necessario importare il seme sano da regioni sicure, da luoghi dove la malattia non fosse ancora arrivata, spingendosi verso località sempre più remote e disagevoli.

A partire dal 1863 il Giappone divenne il più importante e fidato fornitore di seme-bachi per i paesi dell'Europa mediterranea.

La selezione e la scelta della merce veniva effettuata da professionisti, i semai, che spesso avevano alle spalle una lunga esperienza come bachicoltori in famiglia o nelle aziende.

Dall'accuratezza delle loro valutazioni dipendeva la sopravvivenza economica di centinaia di migliaia di persone legate alla produzione della seta e alle attività commerciali connesse. Inoltre, la delicatezza del trasporto di quel materiale vivo, i pericoli e gli imprevisti sempre presenti durante i viaggi, rendeva le operazioni complesse e rischiose.

Ai semai non veniva richiesta solo grande risolutezza nell'affrontare quei lunghi trasferimenti che potevano durare parecchi mesi, ma anche una forma organizzativa nuova, capacità nell'instaurare relazioni fidate con i grossisti locali e competenze imprenditoriali fino a quel momento mai sperimentate.

Un piccolo esercito di circa 125 bachicoltori italiani, estremamente qualificati, operarono con regolarità e per molti anni a Yokohama dove si concentrava la maggior parte delle uova provenienti dal resto del Giappone.

Le importazioni di seme-bachi erano diventate estremamente consistenti, perciò le spedizioni esigevano forti investimenti economici non sempre alla portata dei singoli semai, perlopiù piccoli commercianti, che assai difficilmente potevano esporsi a operazioni di tale entità.

In questo contesto, per rispondere alle esigenze di un mercato estremamente importante per l'Italia, si costituirono gruppi di interesse ai quali partecipavano banche, istituzioni finanziarie e grandi capitalisti. Anche il governo italiano, con tutto l'apparato di ambasciatori e consoli all'estero, non farà mancare il proprio sostegno.

La crisi dell'industria della seta e la necessità di dare nuovo ossigeno all'economia del paese spinse il presidente del consiglio Alfonso Della Marmora e il ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio Luigi Torelli a deliberare una seconda missione diplomatica e commerciale intorno al mondo. La prima, voluta dal precedente governo, era fallita, ancora prima di iniziare, per ragioni politiche.

Il neonato Regno d'italia aveva dunque più che mai bisogno di stringere relazioni diplomatiche in estremo oriente, Cina e Giappone soprattutto, per agevolare fruttuosi scambi commerciali.

Quando il Comandante Vittorio Arminjon, designato plenipotenziario del re Vittorio Emanuele II, arrivò in Giappone nel 1866 a bordo della pirocorvetta Magenta per la firma del primo trattato economico, di commercio e navigazione, scelse il mercante di seta Vincenzo Comi, per la stesura dei dettagli tecnici delle clausole, così da sostenere al massimo gli interessi italiani.

#ViaggiodellaMagenta