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Bees generation

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Bees generation

Se solo potessimo esplorare la memoria ormai adulta di un bambino, troveremmo il ricordo dolce di un carillon, abitato da apine variopinte e migrate da chissà quale fantastico favo di stoffa.

Incontreremmo la bionda e ricciuta ape Maia, protagonista di un anime giapponese che, spinta dalla curiosità, si allontana dall’alveare per scoprire con l’amico Willi le bellezze del mondo.

E poi, c’era una volta La regina delle api dei fratelli Grimm, una bella favola che insegnava ai più piccini a rispettare gli animali, per vivere tutti felici e contenti.

Ma le condizioni di salute di questi insetti insostituibili non rispecchiano affatto l’epilogo della storia. L’amore e l’apprezzamento degli umani nei loro confronti non è più sufficiente per proteggerli da un presente assai compromesso.

Manodopera specializzata

Lo sanno bene gli americani che, tra il 1947 e il 2005, hanno perso il 59% delle colonie, una vera e propria catastrofe se si considera che un terzo del cibo che mangiamo, frutta e verdura, ma anche delle colture utilizzate come foraggio negli allevamenti di bestiame, senza contare la flora selvatica, richiede l’opera di questi infaticabili insetti, una straordinaria manodopera altamente specializzata, a basso costo.

Robo-bees

Secondo le proiezioni STEP (Status and trends of European pollinators), delle 1965 specie di insetti impollinatori in Europa, il 9,2 per cento sta per estinguersi e il 5,2 potrebbe essere minacciato nel prossimo futuro, con pesanti conseguenze sull’equilibrio ambientale e gravi rischi per la biodiversità.

Studi recenti riportano segnali allarmanti anche dai paesi orientali, Cina in testa, tassi di mortalità altissima in tutta Europa e, naturalmente, negli Stati Uniti dove già si stanno sperimentando i cosiddetti Robo-bees.

Dal 2013, un team di ricercatori di Harvard ha iniziato a lavorare ad alcuni prototipi in grado di sollevarsi da terra e librarsi a mezz’aria. Ma il loro perfezionamento sembra lontano e richiede ancora tempo e grandi investimenti.

SOS api

Se il nome Varroa Destructor, uno dei tanti parassiti delle api mellifere, suona minaccioso e incombente sul loro destino - quelle allevate, ma anche di molte specie selvatiche – le ragioni del loro declino sono decisamente più complesse e numerose. Le cause all’origine della moria degli insetti impollinatori sono dunque molteplici, interconnesse tra loro e tutte riconducibili alle attività umane.

Stilare una classifica, dalla più diretta alla più subdola e nefasta, è un compito arduo e complesso. Negli ultimi anni si è parlato molto di Sindrome da spopolamento degli alveari (SSA), nota anche come Colony Collapse Disorder (CCD), un’emergenza in parte rientrata ma non del tutto scomparsa.

Malattie e parassiti hanno senz’altro la loro parte di responsabilità, soprattutto quando la resistenza delle api risulta indebolita dalla loro esposizione a sostanze tossiche presenti nell’ambiente, rendendole più suscettibili a varie infezioni e causando grave stress e alta mortalità.

Pesticida? No, meglio naturale

Negli ultimi cento anni l’agricoltura è cambiata in modo straordinario e per certi versi drammatico. L’adozione di modelli agricoli invasivi basati su monocolture, sempre più in espansione, a scapito di altri ecosistemi e habitat naturali, l’introduzione di fertilizzanti e pesticidi hanno avuto un impatto devastante sulle api, domestiche o selvatiche, e sul loro benessere generale.

Tra le sostanze sotto accusa, progettate per uccidere, gli insetticidi sono tra quelli considerati più dannosi, soprattutto per il loro impiego intensivo e diffuso.

All’inizio degli anni Novanta, alcuni prodotti fortemente tossici a base di esteri fosforici, vennero messi al bando e sostituiti dai neonicotinoidi, una nuova generazione di agrofarmaci, accolti inizialmente con favore per la loro elevata selettività per gli insetti rispetto ai mammiferi.

Questi principi attivi, utilizzati soprattutto come concianti per i semi di diverse colture, si disperdono nell’ambiente e nell’aria al momento della semina. Essi inoltre sono prodotti sistemici che, una volta applicati alla pianta, entrano nel suo sistema vascolare. In questo modo, le sostanze trasportate dalla linfa finiscono per contaminare nettare, strutture fiorali e acqua di guttazione (gocce di acqua prodotta dalla piantina e presente sulla punta delle foglie giovani).

Disorientamento fatale

In una ricerca condotta negli Stati Uniti e portata come esempio dalla studiosa Marla Spivak, in un campione di polline raccolto dalle api sono stati trovati sei tipi di sostanze chimiche che vengono così introdotte all’interno dell’alveare. Tra queste i neoticotinoidi.

Sappiamo che il polline è la principale fonte proteica delle api e quindi ha un ruolo fondamentale nella loro alimentazione e nella salute delle colonie. Se questo è contaminato da sostanze tossiche, una volta assunte, oltre alle conseguenze intestinali, le api subiscono pesanti danni al sistema nervoso, gravi disfunzioni in larve e regine, e modificazioni comportamentali, disorientandole a tal punto da non essere più in grado di tornare nel proprio alveare. Infine, anche la memoria olfattiva, essenziale per la sopravvivenza di questi insetti, risulta compromessa.

Quello che Einstein non disse

"Se l'ape scomparisse dalla terra, all'umanità resterebbero quattro anni di vita; niente più api, niente più impollinazione, niente più piante, niente più animali, niente più esseri umani". Questa affermazione dai toni apocalittici, erroneamente attribuita al grande scienziato Albert Einstein, oggi potrebbe non suonare più tanto paradossale.

La pericolosità di alcuni tra i più diffusi neonicotinoidi sulla salute degli impollinatori è stata fortunatamente riconosciuta, e questo ha portato a restrizioni di impiego sempre più severe, fino ad arrivare al regolamento europeo 2018/783 che ne ha ulteriormente modificato le condizioni d’uso, introducendo il limite di utilizzo solo all’interno di serre permanenti.

Salviamo le api

Se a livello normativo e legislativo gli appelli promossi da soggetti e associazioni ambientaliste, diretti agli enti governativi, stanno dando i primi risultati, sono sempre più diffuse ed efficaci le campagne di comunicazione e di sensibilizzazione mirate ad alimentare una nuova consapevolezza ecologista che, a partire dalla quotidianità di tutti, possa ribaltare in positivo il futuro incerto del nostro pianeta.