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Eruzione subterminale 8 agosto 2014 CNE (foto di Daniele Russo) Eruzione subterminale 8 agosto 2014 CNE (foto di Daniele Russo)

Informazioni:

Conservatore
Annalaura Pistarino
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Tecnico di sezione
Massimo Calafiore
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Bombe vulcaniche dell'Etna

Collezione di frammenti piroclastici

Una collezione di alcune centinaia di frammenti piroclastici di diversa provenienza, allestita da Daniele Russo, è stata destinata al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino che di recente ha avviato una collaborazione con l'Ente Parco dell'Etna finalizzata alla catalogazione, studio e valorizzazione di questa collezione.

Il Parco dell'Etna è stato istituito nel 1987 e nel 2013 è stato dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità.

L'Etna, con i suoi 3.340 metri di altitudine, è il vulcano attivo più alto d'Europa. Sulle sue pendici vi sono sia colate laviche recenti, in cui non si è ancora insediata alcuna forma di vita, sia colate antichissime su cui sono presenti formazioni arboree naturali a pino laricio, faggio e betulla.

Bombe di nome e di fatto

Le bombe vulcaniche sono porzioni di lava proiettate a considerevole altezza e distanza durante un'eruzione; il nome è dovuto sia all'analogia di forma sia perché sovente scoppiano per i gas racchiusi al loro interno. Le bombe possono essere fusiformi, a crosta di pane  e a escremento di vacca.

Nei magmi più fluidi (basaltici), a seguito del movimento di rotazione lungo un asse impresso alla lava durante la proiezione, le bombe possono assumere forma affusolata, ellissoidale, sferica, a pera o contorta.

I magmi più viscosi (trachitici, andesitici e fonolitici), producono bombe a crosta di pane, dette così per somiglianza con prodotti da forno a superficie screpolata. La forma è per lo più globulare poiché, al momento dell'esplosione, il magma è così viscoso da non poter ruotare intorno a un solo asse. Inoltre il rapido raffreddamento all'esterno determina la formazione di una crosta vetrosa e i gas intrappolati all'interno fuoriescono gonfiando la lava ancora calda e fessurando la crosta esterna in placche per lo più poligonali.

Un altro tipo curioso di bomba vulcanica è il "blob" o a escremento di vacca, indicativo della caduta al suolo di brandelli di lava piuttosto fluidi e incandescenti, che si appiattiscono assumendo morfologie a focaccia o che rammentano certi escrementi bovini.

La ricerca storica delle bombe vulcaniche - non sempre facilmente reperibili e di forma solo talora perfetta - fornì alcuni presupposti per il collezionismo antiquario-naturalistico avviato presso le grandi istituzioni scientifiche europee sul finire del XVII secolo, grazie all'intensa e spettacolare attività dei vulcani mediterranei.

Dimensioni e record balistici

Le dimensioni delle bombe vulcaniche variano da pochi cm a svariati metri cubi di volume. Osservando un terreno vulcanico recente, si dicono talvolta "bombe" anche le minute gocce di lava solida, simili a chicchi di riso o mandorle, dotate di morfologie aerodinamiche che ne attestano il "viaggio aereo" dal centro eruttivo al suolo.

Le minute bombe non vanno pertanto confuse con i "lapilli" (piccoli frammenti piroclastici ordinari, di foggia smussata o irregolare, a granulometria centimetrica), comuni su ogni vulcano di tipo esplosivo.

Nel corso di un'eruzione "stromboliana" (fenomeno scandito da deflagrazioni ritmiche di media energia o parossistiche, come quelle che si verificano appunto allo Stromboli o sull'Etna), la violenza dei gas può strappare dal condotto eruttivo materiale solido di notevole pezzatura.

In un resoconto sulla drammatica eruzione del 1669 avvenuta sul basso versante meridionale dell'Etna in mezzo all'antico borgo di Nicolosi, Borelli (1670) indicò che uno dei macigni balistici da lui rinvenuti in seguito all'evento era lungo circa 15 metri.

Cospicui lanci di blocchi superiori ai 10 metri di lunghezza furono registrati al Vesuvio da De Bottis (1779) e da vari testimoni oculari che assistirono alle sue eruzioni, allora molto frequenti. I geologi Fudali e Melson (1970), della Smithsonian Institution di Washington, riportarono i danni arrecati dal risveglio dell'Arenal in Costa Rica nel 1968, quando grosse bombe "a crosta di pane" e schegge litiche furono espulse a velocità stimate di 600 m/s fino a distanze di 5 km dai centri di emissione e un'estesa area fu punteggiata da crateri d'impatto distruttivi, il più grande dei quali aveva un diametro di 30 metri.

Un altro caso degno di nota fu segnalato in Nuova Zelanda sul Ngauruhoe da Nairn e Self (1978) in rapporto all'eruzione del 1975, al termine della quale i due studiosi misurarono a terra un brandello di lava lungo 27 metri, largo circa 15 e spesso 3-4 m, del peso stimato in 3000 tonnellate, lanciato a 100 m di distanza dal cratere!

Bombe vulcaniche monumentali sono giustamente valorizzate in ogni parco vulcanologico del mondo.
Tra gli esemplari più grandi si ricordano quello visibile ai piedi della Montaña Colorada (Lanzarote, Canarie, eruzione 1730-36), quello osservabile a Strohn nell'Eifel (Germania), simile ad un'enorme sfera rocciosa e i blocchi "a crosta di pane" espulsi durante l'eruzione del 1888-90 al Cratere della Fossa sull'isola di Vulcano (Eolie).

Gli estetici esemplari di bombe globulari e fusiformi custoditi all'interno del vulcano-cava di Lemptégy in Alvernia (Francia) o al Museo di Scienze Naturali di Washington sono alcuni degli esempi naturalistico-museali più significativi per la capacità di coinvolgere un pubblico sempre più vasto nel riconoscimento di questi reperti singolari, degni di rispetto e conservazione.

Alcune eruzioni dell'Etna

Per la stesura della più recente cartografia geologica dell’Etna in scala 1:50.000, sono state datate alcune eruzioni con tecniche paleomagnetiche, radioisotopiche e del radio-Carbonio (Branca et al. 2011).

In particolare sono riferibili all’intervallo cronologico compreso fra 3960  (± 60) anni e il 122 a.C. i prodotti di alcune eruzioni che hanno determinato la genesi di importanti coni avventizi quali il Monte Ruvolo sul fianco Ovest del vulcano (nome imputabile alla presenza in zona di vetusti esemplari di rovere) e del Monte Frumento delle Concazze sul fianco Nord-Est (così detto per le depressioni crateriche presenti in tale settore etneo). Gli efflussi lavici di questi antichi coni laterali sono ormai quasi completamente ricoperti di suolo.

Nel 394 a.C. (o 396 a.C.) si formò il cono di Monte Gorna (dal dialetto “urna” = contenitore, termine utilizzato dai pastori locali per indicare zone umide o piccole pozze entro cavità laviche). Una colata giunse sino al mar Ionio, formando un campo lavico in corrispondenza dell’abitato di Santa Tecla e interrompendo le comunicazioni fra Catania e Naxos.
Una descrizione dell’evento si trova nella monumentale opera “Bibliotheca historica” di Diodoro Siculo.

Il 20 novembre 1646 sul fianco Nord-Est si aprì una bocca che originò una colata lunga più di 6 km, fino a 670 m di quota, e formò il cono del Monte Nero (nome diffuso su molti coni avventizi dell’Etna, per il colore scuro delle piroclastiti). L’attività terminò il 17 gennaio 1647 e si ha notizia di danni a coltivazioni.

L’eruzione bilaterale del 1763 durò alcuni mesi. Il 5 febbraio si aprirono alcune bocche sul fianco Ovest e il magma fuoriuscito formò il Monte Nuovo (da “nuru” = nudo, per la povertà di vegetazione sul rilievo; il toponimo “nuovo” è correlato anche alla comparsa di questo cono in un area nella quale i testimoni dell’epoca non osservavano eruzioni da tempo).
In giugno le fasi esplosive accompagnarono l’emissione di una tozza e breve colata lavica sul fianco Sud del vulcano, costruendo l’imponente cono della Montagnola.

Fra agosto 1852 e maggio 1853 l’attività esplosiva e effusiva dai Monti Centenari (toponimo derivante dalla ricorrenza del 16° centenario del martirio di S. Agata, avvenuto nel 252 d.C.) interessò la Valle del Bove con colate di lava di 8 km, fra le quote 1950 e 635 m s.l.m. Furono segnalati ingenti danni alle coltivazioni.

L’apparato eruttivo dei monti Centenari, ubicato in uno dei luoghi più suggestivi dell’Etna, è attualmente circondato da aspre colate laviche che ne complicano l’accesso. Future eruzioni potrebbero seppellire questo rilievo, cancellandolo dalla cartografia ufficiale.

Il 26 maggio 1879, accompagnate da scosse di terremoto, si aprirono due fratture caratterizzate da una sequenza di crateri allineati “a bottoniera”; una a Nord-Est e l’altra a Sud-Ovest; dalla prima si formò una colata lunga e stretta, da 2400 a 550 m di quota, che si diresse verso la valle dell’Alcantara; la cenere giunse fino a Reggio Calabria. Il 7 giugno l’eruzione terminò.

Nel 1974 vi furono due eruzioni di 19 giorni ciascuna separate da un intervallo di poco meno di un mese (gennaio-marzo).
Si formarono i coni di Monte De Fiore I e II, esempi recenti di coni eruttivi distanti dai crateri centrali. L'attività cominciò con forti esplosioni, durante le quali bombe furono lanciate fino a 700 metri di altezza.

Nel periodo compreso tra il 2011 e il 2014, si sono succeduti oltre 40 episodi parossistici che hanno portato alla formazione e successiva modificazione del "Nuovo Cratere di Sud Est".
L'attività eruttiva ha provocato la caduta di diverse piogge di cenere sui paesi etnei, costringendo l'aeroporto di Catania a chiusure forzate.

Dal 15 marzo 2017, il Nuovo Cratere di Sud-Est è stato teatro di un'alterna attività esplosiva e di attività effusiva da una bocca posta alla base meridionale del cratere. Il braccio lavico, che ha raggiunto i 2700 m di quota nella Valle del Bove, al contatto delle lave con l'acqua di fusione delle masse nevose sottostanti, ha innescato un'esplosione e i proietti hanno causato il ferimento di alcune persone.

 

Per la stesura dei testi e per le immagini si ringraziano: Salvatore Caffo, vulcanologo e direttore dell'Unità Operativa "Ricerca Vulcanologica e Fruizione" del Parco dell'Etna, e Daniele Russo, vulcano-esploratore, studioso e frequentatore del territorio etneo.

 

Riferimenti bibliografici:

Borelli G. A. (1670), Historia et meteorologia incendii aetnaei anno 1669 ac responsio ad censuras honoratii fabri contra librum de vi percussionis, pp. 162, p. 23, Regio julio.

Branca S., Coltelli M., Groppelli G., Lentini F. (2011), Geological map of Etna volcano, 1:50.000 scale. Ital. J. Geosci. (Boll. Soc.Geol.It), Vol. 130, No. 3 (2011), pp. 265-291, Electronic Supplementary material (DOI: 10.3301/IJG.2011.15), Società Geologica Italiana.

Caffo S., Mangiameli (2016), Etna patrimonio dell'umanità. Manuale raccontato di vulcanologia e itinerari, pp. 96, Illustrazioni di R. La Spina. Ed. Maimone.

De Bottis G. (1779), Ragionamento istorico intorno all'eruzione del Vesuvio che cominciò il dì 29. Luglio dell'anno 1779 e continuò fino al giorno 15 del seguente mese di agosto, pp. 117, p. 72, Stamperia Reale.

Fudali R.F., Melson W.G. (1970), Ejecta velocities, magma chamber pressure and kinetic energy associated with the 1968 eruption of Arenal volcano, pp. 19. Department of mineral Sciences, The Smithsonian Institution.

Nairn I. A., Self S. (1978), Explosive eruptions and pyroclastic avalanches from Ngauruhoe in February 1975. Journal of Volcanol. And Geothermal Research, 3, 39-60.

Reitano A., Russo D. (2012-2013), Le bombe vulcaniche dell'Etna.
(1^ parte) in: Incontri-la Sicilia e l'altrove, anno 1, n° 1, ottobre-dicembre 2012, pp. 56-58; (2^ parte): anno 1, n° 2, gennaio-marzo 2013, pp. 55-57. Ed. Incontri.

Tringali G. (2012), Oronimi Etnei, il nome dei crateri dell'Etna. Bollettino Accademia Gioenia di Scienze Naturali, vol. 45, n. 375, pp. 511-606.