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Il rinoceronte di Dusino

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Il rinoceronte di Dusino

Lungo la linea ferroviaria Torino-Genova

Camillo Benso conte di Cavour, come politico e come imprenditore, credeva nelle grandi potenzialità della ferrovia e nel progresso economico e civile che il suo avvento avrebbe portato con sé: «Nei paesi giunti ad un alto grado di civiltà, esse daranno all'industria una spinta immensa; i loro risultati economici saranno fin dall'inizio magnifici e accelereranno il movimento del progresso della società».

Quello che Cavour non poteva sapere è che grazie ai lavori di costruzione della linea ferroviaria Torino-Genova, nel segmento di raccordo tra San Paolo Solbrito e Villafranca d'Asti, si sarebbe fatta una scoperta davvero importante per il mondo delle scienze naturali.

Un rinoceronte sulle colline

Nella primavera del 1880, mentre si procedeva agli scavi nella zona di Dusino San Michele, verso Villafranca (Asti), tra le mille difficoltà dovute alle pendenze del terreno, dai sedimenti sabbiosi di una collina affiorarono i resti fossili di un rinoceronte di eccezionale completezza e in ottimo stato di conservazione.

La notizia arrivò all'ispettore degli scavi di antichità del Circondario di Asti che informò Michele Lessona, all'epoca Rettore della Regia Università di Torino.

Il recupero venne effettuato da alcuni tecnici dell'Istituto di Geologia sotto la guida di Martino Baretti, succeduto al suo maestro Bartolomeo Gastaldi alla cattedra di Geologia e alla direzione del Museo di Geologia e Paleontologia dell'Università di Torino.

Il Golfo Pliocenico Padano

Quel gruppo di ricercatori aveva ottime ragioni per essere entusiasta: si trovavano di fronte all'imponente scheletro di un esemplare di un rinoceronte bicorne di grossa taglia, vissuto all'incirca tre milioni di anni prima, quando quella parte della Terra era da poco emersa dalle acque calde del Golfo Pliocenico Padano, delimitato dalla catena appenninica e da quella alpina, ed era caratterizzata da un clima e una vegetazione sub-tropicali.

Come provano le testimonianze fossili rinvenute nei sedimenti terziari, in quel mare nuotavano squali e cetacei mentre la fauna terrestre includeva grandi mammiferi, tra cui due specie di proboscidati: Anancus arvernensis  e Mammut borsoni, grossi carnivori (Homotherium crenatidens)  collocabili tra le "tigri dai denti a sciabola", ghepardi (Acinonyx pardinensis), rinoceronti (Stephanorhinus jeanvireti), bovidi (Leptobos), tapiri, scimmie, piccoli e medi carnivori e alcune specie di anfibi. Nelle paludi alluvionali e deltizie i popolamenti vegetali erano dominati da conifere come Taxodium dubium e Glyptostrobus europaeus, affini agli attuali Taxodium distichum dell'America centro-settentrionale e Glyptostrobus pensilis  della Cina.
Negli ambienti di piana alluvionale meno soggetti a ristagno d'acqua vi erano essenze simili agli attuali aceri, carpini, noccioli e querce o a Actinidia e Cryptomeria dell'Asia o ancora a Liriodendron e Liquidambar  del continente americano.

A partire già dalla seconda metà del Settecento, le campagne di scavo avevano condotto ai primi ritrovamenti di macrovertebrati, soprattutto l'Anancus arvernensis, un "mastodonte" dalle zanne lunghissime e poco incurvate, che poteva raggiungere i tre metri di altezza al garrese e sei metri di lunghezza complessiva. Di questa specie, sono stati trovati molari e zanne ancora in anni recenti.

Il Villafranchiano

L'importanza e la quantità di rinvenimenti fossili sia animali sia vegetali nella stessa area, fecero emergere la specificità geologica di Villafranca d'Asti e delle zone limitrofe, caratterizzate da depositi fluvio-lacustri. Questo indusse Lorenzo Pareto, geologo e statista genovese, a scrivere nel 1865 sul Bollettino della Società Geologica di Francia: "...Je serais tenté de nommer l'étage qui correspond à ces dépôts l'etage villafranchien du petit bourg de Villafranca...".
In quest'era astigiana corrispondono al "Villafranchiano" le successioni terrestri sovrapposte ai sedimenti marini del Pliocene inferiore e medio.

Il termine "Villafranchiano", inizialmente scelto per indicare livelli stratigrafici costituiti da sabbie, limi e argille, contenenti resti fossili animali e vegetali, è usato ancora oggi dagli studiosi di tutto il mondo per parlare di sequenze stratigrafiche caratterizzate dalla presenza, o dal succedersi, di un insieme di specie che fanno la loro prima o ultima comparsa in quell'intervallo di tempo.

Gli scavi

Fra i documenti conservati, la nota delle spese per gli scavi ci permette di circoscrivere le operazioni: dal 21 aprile al 28 maggio 1880.

L'elenco delle voci include i compensi per i cavatori di sabbia, l'acquisto di colla di pesce e di gesso per il consolidamento sul posto e l'incamiciatura dei resti più delicati e danneggiati, come le ossa del bacino, l'approvvigionamento dei diversi materiali per l'imballaggio, in vista del trasporto a Torino con la ferrovia.

Tutte le fasi di scavo vennero riportate minuziosamente da Baretti in due comunicazioni presentate all'Accademia delle Scienze di Torino nel maggio del 1880.
La seconda era accompagnata da un disegno, tratto da una fotografia fatta eseguire sul luogo, per documentare il ritrovamento dell'arto posteriore destro con le ossa ancora in connessione anatomica.

Come si legge nelle due relazioni, alla prima raccolta di resti "malamente estratti e ridotti in frantumi" o addirittura "spezzati durante l'estrazione, ovvero dopo di essa per curiosità", ne seguì una seconda condotta "diligentemente", per recuperare una notevole quantità di altro materiale. "Si cominciò dallo estrarre con ogni cura le sette costole separatamente, rivestendole, prima di rimuoverle dal banco sabbioso di forte incamiciatura di gesso, visto il loro cattivo stato di conservazione". E ancora, "Il lavoro procede con ogni prudenza, e dopo due giorni di avanzamento lentissimo a punta di piccoli scalpelli si presenta alla luce del giorno il bacino in tutta la sua integrità".

Il primo restauro

Il restauro e la preparazione fu eseguita con estrema cura dal tecnico del Museo di Zoologia Francesco Comba, su indicazioni di Baretti che così definì quegli interventi: "i più lunghi e difficili: ripulimento, consolidamento e riattamento delle singole ossa prese isolatamente".

Il trattamento consisteva nell'impregnazione dei reperti con colle di origine animale che, utilizzate a caldo, avevano anche la funzione di incollaggio dei vari frammenti.

Dopo soli quindici mesi dal ritrovamento, a settembre 1881, difficile dire se tutto lo scheletro o soltanto gli elementi più importanti montati su singoli supporti, l'esemplare restaurato venne portato a Bologna in occasione dell'Esposizione di Geologia e Paleontologia, in concomitanza con il 2° Congresso Geologico internazionale.

A distanza di qualche anno, nel 1895, il geologo e paleontologo Federico Sacco scrisse un'approfondita monografia dedicata alla descrizione osteologica e alla definizione tassonomica di questo straordinario reperto, che ritenne appartenere a una nuova varietà (var. astensis) di Rhinoceros etruscus Falconer.

I danni durante la guerra

Durante il periodo bellico, in seguito ai bombardamenti tra il '42 e il '43, i danni causati al Museo torinese di Geologia e Paleontologia e alle sue collezioni, ebbero come conseguenza lo smontaggio dello scheletro e il collocamento dei singoli pezzi in casse e vetrine. Ma l'esposizione alle intemperie, le infiltrazioni di acqua dal tetto, le probabili cadute di grossi frammenti dai lucernari e la stessa movimentazione dei reperti, danneggiarono il Rinoceronte "in modo irreparabile", si legge in una pubblicazione, né fu risolutivo il tentativo di risanamento eseguito su pochissimi pezzi durante gli anni Cinquanta.

All'inizio degli anni Ottanta furono avviati gli interventi di restauro per rimuovere lo strato brunastro di colla in cui, per effetto dell'umidità, si erano incorporate particelle di intonaco e polvere.
All'operazione di pulizia, seguì il lavoro di riconoscimento dei vari elementi osteologici e infine la loro ricomposizione.

Il restauro risultò migliore di quanto si potesse sperare e, fatta eccezione per alcune coste e piccole porzioni del cranio e del bacino, si potè ricostruire lo scheletro, così come appare nelle illustrazioni fornite da Sacco. Recenti studi hanno consentito poi di attribuire l'esemplare alla specie Stephanorhinus jeanvireti  (Guérin).

Da "Rhinoceros" a "Lo spettacolo della natura"

Inoltre, all'inizio degli anni Ottanta, a seguito di una convenzione stipulata tra la Regione Piemonte e l'Università di Torino, le collezioni naturalistiche universitarie vennero formalmente affidate al Museo Regionale di Scienze Naturali.
Non tutti i reperti trovarono posto nella nuova sede, all'interno dell'ex Ospedale San Giovanni, e così le raccolte paleontologiche rimangono ancora oggi nelle sale del museo a Palazzo Carignano.

L'occasione per parlare nuovamente del Rinoceronte di Dusino la offrì nel 2004 "Rhinoceros", la mostra nella quale venne esposta la copia in resina realizzata da Paolo Reggiani soltanto qualche anno prima.

Quella copia, è la stessa inserita nel 2013 nell'allestimento permanente "Lo spettacolo della natura" del Museo Regionale di Scienze Naturali.